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domenica 16 agosto 2015

IL MONDO DELLE ANTOLOGIE E ATTUALITA’ DEL SELFPUBLISHING

IL MONDO DELLE ANTOLOGIE
di Mario G. Gabriele
Antologizzare un periodo della nostra letteratura, pone ai curatori non pochi problemi di coscienza e di comportamento critico informativo, specie quando l’esame ermeneutico colloca in una zona di invisibilità autori validi e di lunga militanza, esautorati da una regia manageriale rivolta sempre di più al profitto che alla realtà storica presa in esame.
Nel suo fortunato -Repertorio della poesia italiana contemporanea: Febbre furore e fiele, Mursia, 1983 – Giuseppe Zagarrio pone in essere un principio etico di chiara rilevanza, che dovrebbe funzionare da password per molti critici interessati a redigere – storie letterarie -. Infatti, nella sua relazione conclusiva, Zagarrio dichiara che “Le antologie si fanno (si sono sempre fatte e si faranno) così come i codici della giustizia, i partiti della libertà, le chiese della fede religiosa, le città perfette dell’utopia sociale: è il segno oggettivo della loro necessità e dunque anche della loro utilità. Sempre che non pretendano di essere strumenti esaustivi della realtà e soprattutto non diventino operazioni politicamente interessate di restaurazione, di frenaggio”. Quindi “no all’antologia per quel che è di elitario, parziale, autoritario, e sì alle tante, tantissime antologie in funzione di quel no”.
Purtroppo, a questo lodevole auspicio non sono seguiti segnali di ripensamento e di operatività critica, da rimodulare la topografia poetica del centro e della periferia. Cosicché assistiamo ad un reiterato – vulnus- che esaspera e inganna i lettori più avveduti ed esperti. Ne viene fuori un panorama letterario e poetico, con rifiuti e annessioni, di difficile accettazione, da quando la critica si è -chiusa nell’ambito accademico e del microspecialismo -.“Gli anni Sessanta coltivarono l’illusione che si potesse trovare a collaudare un metodo scientifico di analisi dell’opera letteraria; ma quella ipotesi,, non trovò una vera conferma, e dopo tanto laboratorio e collaudi di strutture, pian piano si lasciò perdere.- “Quella ipotesi, afferma Mario Lavagetto non aveva fondamento. La critica non è una scienza nel senso corrente del termine. Si fecero poi le cose più strambe accreditando una critica tematica, che naturalmente svariava ragionando sui temi più strani. Poi è subentrata la moda dei canoni, che sono in fondo classifiche d’alto bordo e comunque territori dai confini incerti e variabili. Poi l’accademia, che ha desacralizzato ogni forma di insegnamento, non sa che farsene dei critici, poco funzionale a corsi svelti e a testi di poche pagine possibilmente riassuntive”.
Avvenuta la scissione della critica dal potere editoriale, la metodologia pseudo informativa, si è così – istituzionalizzata – inserendosi autonomamente nei mercati librari, vuoti di storia letteraria.
“Un’antologia, è pur sempre un arbitrio, secondo il pensiero di Enzo Siciliano, “e non c’è criterio di presunta oggettività che possa giustificarlo”. Sono molte, infatti, le – premesse – poste ad apertura delle varie storie letterarie, che in vario modo, tentano di supportare l’autore e la sua ipotesi formalistica, spesso attraversata da presunte o pretese – irregolarità – che lasciano nel tempo l’omologazione della imperfezione, attraverso l’ondata delle rassegne di letteratura, dei canoni, della critica monografica, e di quant’altro asservito ai cosiddetti movimenti o periodizzazioni.
“Il critico, -scrive Giacinto Spagnoletti nella sua Storia della Letteratura Italiana, Newton, 1994- non è che un testimone, al quale sono concesse tutte le possibili interpretazioni, anche quelle che denunciano la sua pochezza d’intuito, e l’obbedienza ai luoghi comuni. Ponendosi dal suo punto di vista, sempre incapace di abbracciare l’intero orizzonte, si possono subito stabilire i suoi limiti, culturali, metodologici, di informazioni e di analisi.” Purché, aggiungiamo noi, non si faccia del pregiudizio intorno a coloro che non hanno avuto la fortuna di essere pubblicati da Mondadori o Einaudi, una regola discriminante, tale da farli dimenticare per sempre. In ogni caso c’è sempre l’idea della mistificazione che modula ogni evento critico strettamente legato al business imprenditoriale, che domina su ogni legittima richiesta dei lettori desiderosi di conoscere, ovviamente non in forma enciclopedica, il perché di tante estromissioni e silenzi.
Un’attenta analisi della faziosità che ha spaccato l’Italia, è stata esaminata da Roberto Di Nucci e Galli Della Loggia nel volume edito dal Mulino: Due Nazioni: legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, recensito da Giuliano Gallo sul Corriere della sera del 2 luglio 2004, dove emerge l’esistenza di una contrapposizione ideologica, più che sociale e religiosa. Non a caso lo storico Luciano Cafagna ha definito questo stato di cose con un sorprendente neologismo – la divisività – che non è nata oggi, ma che ci portiamo dietro dall’inizio della nostra storia di paese, apparentemente unito, le cui fratture hanno separato la politica e l’economia, la società e la cultura, e ciò che riguarda più da vicino la poesia, con le sue contraddizioni formali; un problema che esiste e il solo fatto di ignorarlo non aiuta a riportare a galla la verità, ma a far emergere le memorie tagliate, tanto è vero che si continua sulla strada del separatismo culturale, con le recenti operazioni editoriali pubblicate dal settimanale L’Espresso, in sedici volumi della Storia Generale della Letteratura Italiana, a cura di Nino Borsellino e Walter Pedullà, che si sperava facessero un po’ di giustizia sui poeti desaparecidos, la cui dimenticanza è stata replicata nella Letteratura Italiana in diciotto volumi editi dal Corriere della Sera e nell’antologia La parola plurale pubblicata da Sossella, gestita da un team di otto curatori: Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli e Paolo Zublema, fino a dividersi la responsabilità e l’arbitrarietà (il corsivo è nostro), della scelta dei testi e degli autori, affermando che “ogni inclusione (e di conseguenza ogni esclusione), è stata decisa collegialmente,” con buona pace di tutti gli altri poeti emarginati nel corso del Novecento, in cui non sono mancati modelli letterari oligofrenici, realizzati nel più completo caos della parola, a cui questa antologia tenta di porre rimedio attraverso un – proclama – della Forma, redigendo documenti di critica e di poetica su sessantaquattro poeti di diversa area territoriale, uniti da un criterio di selezione che dovrebbe far riflettere sul concetto di poesia, ridotto a fenomeno da baracchino e da ballon d’essai, da una – comunità ermeneutica che non mostra limiti nell’effetto-massa del pensiero critico e dei reperti testuali, prelevati in un arco di tempo- dal 1975 al 2005-, rimandando a future operazioni di omologazione i poeti degli anni Trenta-Quaranta, non antologizzati.-
Ancora una volta siamo di fronte ad una partnership blindata cui vanno contrapposte iniziative coraggiose, come quelle sorte a Nusco, per censire la vasta produzione letteraria del Sud, e rivendicare, giustamente, – spazi e credibilità nella cultura nazionale – reintegrando un patrimonio di voci, disperso da assurde arbitrarietà, “aprendo gli spazi a segnali forti, che provengano dagli intellettuali, dagli editori, dalle istituzioni, dagli amici lettori, se vogliamo essere protagonisti bisogna andare anche alla riscoperta della nostra cultura e della nostra poesia”, così come dichiarato da Paolo Saggese nel suo intervento – Per la poesia nel Sud -, su Secondo Tempo, Libro Ventesimo, pag. 94, che richiederebbe una lettura attenta per la specificità dei temi trattati, relativi anche alla compilazione di una eventuale Storia della letteratura degli esclusi, che non può essere il libro celeste di tutti i poeti vivi e di quelli morti, ma il dossier sui misfatti compiuti impunemente e giustificati da coloro che vivono al Sud e che costituiscono la colonna filonordista celata nelle redazioni dei Giornali per mettere sotto accusa ogni tipo di giaculatoria e di sconcertante meridionalismo critico inutilmente recriminatorio.
“Chi scrive poesie”, ha rilevato Adam Zagajewski, “si ritrova talvolta impegnato, in una difesa delle medesime”, a causa di continue delegittimazioni nel Novecento “che è stato il secolo ammalato di amnesie,” secondo un giudizio di Claudio Magris (in occasione della pubblicazione del volume di Barbara Spinelli – L’Europa dei totalitarismi, – Mondadori-), quando rileva che “la memoria è soprattutto giustizia resa alle vittime di violenza che la falsificazione ideologica cancella dalla coscienza o di cui deforma la verità”.
ATTUALITA’ DEL SELFPUBLISHING
Se aspirare ad una pubblicazione griffata diventa, per uno scrittore o un poeta un’avventura impossibile data la strategia programmatica delle Case editrici maggiori, impegnate ad un ritorno più che giustificato dei loro investimenti, allora non rimane che l’attualità del fai da te, o meglio del selfpublishing, che nella definizione letterale significa pubblicare da soli i propri testi.
Il fenomeno può essere definito per alcuni, editoria senza qualità, non avendo a disposizione la distribuzione del prodotto, che rimane l’unico modo per farsi conoscere. Tuttavia non è raro il caso in cui l’operazione porti a soluzioni per il richiedente, davvero ottimali. E’ il caso di tutti coloro che si autopubblicano, e che vedono coronare il loro sogno nel cassetto, con una modesta somma rapportata al numero di copie richieste.
Una indagine fatta dal New York Times Book Revev rileva che in America la “Authorhouse ha distribuito un milione di copie tra il 1997 ed il 2002, grazie alle nuove tecnologie digitali, che propongono edizioni significativamente decorose e a costi molto contenuti. Il meccanismo prevede che la pubblicazione su Internet produca dei commenti favorevoli offrendo all’autore la possibilità di contattare altri editori.
In Italia è ilmiolibro.it del Gruppo Espresso a offrire una significativa via d’accesso agli scrittori esordienti o di lungo corso con il selfpublishing, che consiste nella pura trasformazione di un manoscritto in volume, lasciando a chi scrive la scelta della sua eventuale vendita”.
Certamente i servizi offerti rispetto alla grande editoria sono diversi. Tuttavia se autopubblicarsi significa uscire dal silenzio e da un ghetto non più tollerabili, ricorrervi come approdo ad un’ultima spiaggia non è poi tanto disonorevole. Di questo sistema si sono avvalsi nomi importanti, come è avvenuto per “almeno tre best seller: La profezia di Celestino di James Redfeld, Eragon di Christopher Paolini e Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia.”
L’avvento di internet ha rivoluzionato il mondo della comunicazione, attuando una vera e propria mutazione antropologica dai risvolti imprevedibili, secondo i più esperti mediologi.
Ovviamente, non mancano voci dissonanti “trattandosi di un orizzonte che sembra dar ragione alle più fosche previsioni, anch’esse formulate negli anni Novanta della fase aurorale di internet dall’urbanista francese Paul Virilio in cui l’autore associa alla rete “l’ultimo atto di una guerra totale”. Al di là di ogni possibile catastrofe informatica e dell’uso improprio che se ne possa trarre, resta il fatto che siamo tutti sotto lo sguardo di“un grande occhio più implacabile di quello del Big Brother orvelliano”, e che milioni di persone stanno familiarizzando con l’high tech.
Nasce, come ha affermato lo psichiatra Tonino Cantelmi,”l’homo tecnologicus“, che vive di cellulare, di posta elettronica o di e-mail, ossia il digitalista, che non ha bisogno della linotype, ma della tastiera del computer per collegarsi on line con il resto del mondo, e nel nostro caso, con una community letteraria, che legge, registra, invia messaggi di riscontro, superando così gli obsoleti canali cartacei.
In La lettera che muore, Gabriele Frasca ha affrontato il problema della commercializzazione del libro, soffermandosi sul volume “Il Disperso” di Maurizio Cucchi, pubblicato da Mondadori, che a fronte di “una tiratura di 2.000 esemplari, di cui 100-200 sono stati distribuiti gratis a critici, amici, ecc e gli altri, presumibilmente, venduti in libreria o nelle biblioteche“, pone di fatto un problema già noto, che riguarda la collocazione della poesia nel mercato, dove i lettori interessati non superano le 500 unità. Discorso diverso per internet, dove si stima che l’utilizzo del web sia in continua espansione e che navighino circa“25 milioni di persone, (il 44% della popolazione) per oltre 80 minuti al giorno,con una crescita pari al 12%” come ha evidenziato in una indagine conoscitiva sul web Layla Pavone (AB), pubblicandola su Affaritaliani.it.
Il che non è poco, tenendo presente, che la poesia e la vita sono entrambe figlie dell’oblio e che anche in internet i corridoi di informazione sono diversi, secondo il grado di affidabilità.

Ma questo è un compito che spetta ad altri: all’uomo colto e tecnologico e alla community letteraria.

sabato 18 ottobre 2014

INEDITO ottobre 2014

Faubourg

Una nuvola bianca che mai s’era vista
più  bianca di un bianco di neve in inverno,
poca acqua dentro, poca,
sostava  su un vecchio  faubourg
di tùmuli e croci,
sostava  più a lungo delle nuvole grigie,
sicura di celare l’azzurro,
velo bianco,
più bianco del viso di chi trascolora,
sostava,  oscurando  l’occhio del cielo,
 più cieco dell’occhio di Dio, 
come un bianco lenzuolo
copriva Marina tra le rughe del fiume,
sostava celando l’azzurro,
le tombe e le croci di un vecchio faubourg.


RITRATTO DI SIGNORA

Mario Gabriele
Armonie in sonno, in attesa del risveglio


Questa recente raccolta di poesie, Ritratto di Signora (prefazione di Luca Landolfi, Nuova Letteratura, Campobasso 2014, pp. 101) conferma ed esalta la lunga, motivata, fedeltà alla poesia moderna di Mario M. Gabriele. Gli assi di riferimento sono sempre quelli: la specola della cultura anglosassone, l’esistenza come verifica di una condizione di partecipazione sospesa ad eventi che portano un nome preciso e un profilo netto, anzi perentorio, ma che in sostanza veicolano meraviglia e mistero, l’interrelazionalità fra i linguaggi (innanzitutto fra letteratura, una letteratura che, come dice Eliot, è suggestiva di una lingua dei vivi dentro le espressioni dei morti, e comunicazione mediatica, - dalla televisiva alla radiofonica, alla giornalistica, quella costituita sulla cifra della cronaca-cronaca).
La cultura anglosassone, dunque, è il filtro fondamentale. A cominciare dal titolo. Questo Ritratto di Signora cita intertestualmente ed esplicitamente tanti altri analoghi “ritratti” (Portrait of a Lady di Eliot, The Portrait of a Lady di Henry James, ecc. ecc.). Naturalmente, concordanze, non possono non attivarsi anche con la semiologia della ritrattistica nelle altre culture e negli ambiti extraletterari: scultura, pittura, cinema. Le consonanze, tuttavia, si intrecciano soprattutto a livello semantico e simbolico con l’acquisizione squisitamente moderna dell’arte del ritratto autentico, come sottolinea Alberto Savinio, che è inquisizione di ciò che non appare e finora non è apparso in superficie e nell’evocazione alla vita di qualcosa che non si sarebbe potuto altrimenti conoscere. Così, questa “Signora” di Gabriele è essa stessa personaggio nuovo e in divenire, in quanto metapersonaggio che si riflette per accenni, per guizzi improvvisi e inattesi su tanti personaggi disseminati nel quotidiano di qua e di là (soprattutto in ambito anglofono): si lascia appena sospettare o intuire, ma non si concede mai nel concreto palpabile e a tutto tondo. Essa, chiaramente, è l’esistenza, in tutto il suo intrigante fascino di enigma e di bellezza che si rivela, senza chiedere licenza ai superiori.
Anche la scrittura è quella che conosciamo di Gabriele, asciutta, essenziale, franta, in mimesi della coseità e, insieme, frammentarietà e occasionalità dei segni della vita. Questa volta, però, essa si offre a una plasticità, ad avvolgimenti più complessivi e di maggiore tenuta, a una sintagmaticità oggettiva che si avvale perfino dei frammenti eterocliti per comporre uno spartito ricco di reciproci richiami e di rinvii ad armonie profonde. Come in questa umanissima, commovente poesia dedicata a una donna amata, ma strappata soffertamente alla vita:
“Non è stato giusto lasciarci / in un gioco che non era nostro. / Peggio di così stanno i pensieri / e la foglia che ingiallisce. […] Ma l’hai amata davvero questa vita? / Il giallo, l’amaranto, il pallore del tuo viso, / tutto si decideva in un vetrino, / stillante turbamento il codice nel sangue, la sfortuna di non essere tra i centenari. / Antiossidanti d’occasione il selenio e il Q10 / non sono bastati a darti un giorno di bonaccia; la scia delle flottiglie abbandonate, / l’infanzia, turbolenze di vento e di dolore poi, / ma come si fa a credere alle pattuglie d’angeli, / che fosse questo il disfacimento della tua memoria?” (p. 16).

                                                                                                                    Ugo Piscopo 

giovedì 21 febbraio 2013

Letteratura e Psicoestetica in Carlo Di Lieto


Chi credeva che lo strutturalismo definito da Jakobson: “la pietra angolare della teoria linguistica contemporanea”, sarebbe rimasto ancorato nel suo fortino, e in quello più complesso della glossematica di Hjelmslev, non avrebbe immaginato che altre discipline teoretiche si sarebbero sviluppate allargando il campo della conoscenza nella psicoanalisi nata nel 1896, ma che si formalizza in autentica disciplina solo nel 1902, quando Freud, sulla scorta delle sue esperienze con Jean-Martin Charcot, costituirà un team di collaboratori, dando delle precise regole, con l’intento di formare una propria associazione scientifica, attiva non solo sul fronte terapeutico, ma anche sui processi mentali, sebbene Schopenhauer fosse stato tra i primi filosofi a intuire l’esistenza di una volontà inconscia in ciascuno di noi. Ed è proprio con la psicoanalisi che si apre un nuovo capitolo metodologico, passando per l’interpretazione dei sogni, fino ai comportamenti sociali, e al rapporto con la letteratura. Vengono così individuate e rimosse le gabbie psichiche, liberando l’uomo dal disagio della realtà, anche se Nietzsche in La Gaia Scienza af. 354, aveva definito la coscienza :“la voce del gregge dentro di noi”. Freud considera l’arte circoscritta alle trazioni psichiche degli artisti, non tralasciando l’interesse per l’inconscio, che diventa la parte meno rivelatrice dell’individuo mentre la verità, trasposta nei sogni e nei ricordi, si propone con linguaggio a sé.
Sul binomio letteratura-psicoanalisi si immette Carlo Di Lieto con Psicoestetica, - il piacere dell’analisi - Genesi editrice, 2012: un volume nel quale si trovano le coordinate di un discorso storico-critico sull’evoluzione della psicoanalisi riconducibile ai saggi di Freud: l’Interpretazione dei sogni (1900), il Mosè di Michelangelo (1913), e Il poeta e la fantasia (1907), che globalizzano l’iter teoretico intorno a questa disciplina volta a indagare sulle reti mentali, riconvertite in letteratura come proiezione dell’inconscio. L’opera si proietta su ogni aspetto “occulto” del linguaggio, a cominciare dalle analisi critiche su Carducci e Leopardi, coinvolgendo i poeti dell’area campana e altri scrittori di diversa provenienza e generazione, trattati in appendice al volume, nel breve saggio dal titolo: Ricognizioni di esegesi psicoanalitica, retrospettiva (1974-2004).
L’impianto testuale si sintonizza con l’esposizione critica nella quale la verificazione è organicamente collegata all’IO pulsionale. Sulla funzione della psicoanalisi applicata alle opere letterarie, l’autore stesso avverte nella Presentazione che “anche se la ricerca di indirizzo psicoanalitico non è riuscita, talvolta, a fornire contributi di rilievo per un’impossibilità di ordine strutturale, è perché tende ad appiattire le sue “costanti” in una sorta di “metafisica” dell’inconscio, dimenticando le sue origini naturalistiche, di chiara marca materialistica”. A tutto questo si aggiunga anche il rilievo che fece Freud sui poeti considerati” alleati preziosi e la loro testimonianza deve essere presa con attenta considerazione, giacché essi sono, in genere, una quantità di cose tra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta”.
Dal sottosuolo biopsichico emergono il ricordo e il sogno, trasposti all’esterno per mezzo della scrittura, portatrice di processi psichici e di duplice soggettività dell’IO e dell’inconscio. Si rimuovono così le sedimentazioni del significante e del significato, nonché le facce della verità nascoste nella metafora e nella metonimia: figure altamente emblematiche, ma di grande incidenza nella struttura linguistica, affrontata in altra sede, da Melanie Klein (1882-1960), che preleva la matrice luttuosa nella rimemorazione di persone e cose perdute per sempre, e da Charles Mauron (1899-1966) il quale si fa interprete dell’inconscio dei poeti attraverso le loro opere. L’agglomerato critico riportato dal Di Lieto, consente di spaziare sulla creatività artistica e sul rapporto letteratura-psicoanalisi, approdando alle rive dell’anima e del diagramma psichico degli autori, nel tentativo, tra l’altro riuscito, di indicare la via dei processi mentali, portandoli su un piano di facile fruizione. Si è già detto, in altri Repertori, che Napoli è stato il centro propulsore di pensieri poetanti che, seppure accolti minimamente ne La parola plurale dell’Editore Sossella, come in altre antologie nazionali e regionali, con una eccezione fatta da Giuseppe Zagarrio, con Febbre, furore e fiele, non ne giustificano la storica assenza ed emarginazione. Dall’ampio repertorio antologico e critico di Di Lieto riportato in - La bella afasia- Cinquant’anni di poesia e scrittura in Campania (1950-2010)-un’indagine psicoanalitica, Genesi Editrice 2011, risultano presenti poeti che, per cultura e sensibilità diverse, si sono quasi sempre posti all’attenzione della critica in un arco di tempo abbastanza sufficiente e compensativo di eventuali omissioni, non sempre eliminabili. Il che ci rassicura che l’operazione antologica e critica portata a termine da Carlo Di Lieto, si presenti come aggiornamento e integrazione delle precedenti antologie, che hanno segnato e segnano tuttora un percorso di non facile transizione, tenuto presente il difficile compito della evoluzione linguistica, lo stile e la riconversione dello sperimentalismo nella tradizione e viceversa. Ciò è stato fedelmente documentato nel passato da importanti Riviste come Altri Termini di Franco Cavallo, Documento_Sud, E/mana/zione di Stelio Maria Martini, Riscontri di Mario Gabriele Giordano e Secondo Tempo di Alessandro Carandente. L’opera di Di Lieto, può senz’altro ascriversi in quel fenomeno tutto novecentesco riguardante la periodizzazione delle antologie, che nel nostro caso ha un duplice aspetto di carattere filologico ed ermeneutico. In “La bella afasia” e in “Psicoestetica” l’autore, attraverso un carotaggio critico, scava nelle pulsioni dell’IO, per una visione più concreta e sincrona del linguaggio. In questo caso l’assunto filosofico-teoretico di Freud intorno all’arte e alla psiche, appare in tutta la sua eterogeneità.
Le interpretazioni estetiche trovano il loro ambiente naturale nella ricerca dell’inconscio correlato alla letteratura, attraverso la quale Freud ha cercato di rivelare ciò che rimane di misterioso nell’uomo, con l’interpretazione psichica dell’IO sfociante in un perfetto equilibrio ontologico. Nel sistema psicoanalitico non mancano temi contrastanti e conflittuali, provenienti dalla natura stessa dell’individuo, con una doppia oggettività, come possono essere ad esempio, le nevrosi e il disagio della civiltà. Tutta la critica psicoanalitica di Di Lieto, tiene conto di queste correlazioni, affrontando anche le forme psicoemotive e psicoespressive dei testi presi a riferimento, che non possono far parte dell’effimero, per la qual cosa sorge anche il collegamento con Derrida, il quale ha cercato la verità attraverso la scrittura permanente, l’unico mezzo che oggi abbiamo per non rimanere “invisibili”, o soggiogati da tutto ciò che è dissolvenza della memoria e della nostra storia.. Anche in questo modo, Carlo Di Lieto riconosce nell’inconscio le diverse scale psichiche per risalire in alto verso il disvelamento. Ed è ciò che ha compiuto l’autore di “La bella afasia” e di “Psicoestetica”, con forte disposizione critica e disciplina psicoanalitica, superando la frammentarietà della ricerca in un unico assemblaggio estetico.

martedì 15 giugno 2010

Box inediti

1


Sei andata oltre il giro dei pianeti
a cercare  cherubini, il giardino dell’Eden,
fuori dai sogni smarriti per il mondo
come il tuo Dio, emigrante altrove;
il gesto di Florian davanti alle ceneri dei morti:
 un inutile divagare fino alle rive del Po
in questo Maggio da unde malum
come se fossimo rimasti soli
 in mezzo ai clivi erbosi di lupi ed orsi neri:
è dunque questa la nostra storia:
un verderame nelle vene
dove ristagnano le memorie
come  crisalidi del passato,
oh Helda!

2

Una parte del tetto è crollata,
non c’è bisogno, Morel,
di rifare le pareti dell’anima
sulla collina di Spoon River.

Legno stagionato ha portato Blondel.

Sarà perché non si andava più avanti
e quel poco che c’era da fare
era attendere un giorno fedele alla vita,
tanto difficile è spalmare di miele
le stanze della casa,
anche se il tetto è crollato
e tutto dovrà essere rifatto daccapo
quando verrà da Stafford
la Signorina “occhi perduti”
a sfogliarci le mani come rametti di ruscus.

3

Cara Juliet,

qui dove l’inverno dura più della barba di Santa Claus,
ci siamo arresi al freddo di febbraio,
come quei piccoli uomini ai bordi delle piscine,
senza bandiere e né futuro,
mi viene da pensare alle notti di Stoccolma,
alle renne venute a cercare gli avanzi di Natale:
tutti abbiamo festeggiato l’anno che passava;
il tempo come uno sparviero sui pinnacoli dei grattacieli
di un’America battuta; l’Urlo di Munch
era un passepartout per un inferno alle porte,
sette pennelli, sette, non sono bastati
a dare luce alla tua tela,
le lunghe ore a parlare del punto morto del mondo,
l’anello che non tiene, sempre in fede obliqua,
mi venne uno strano freddo allora,
come una ipotermia da clochard
sotto la cupola degli Inquietanti avvolta dalla neve,
la Ville Lumiere, un’isola per noi,
spesso i ciechi che girovagavano per i paesi,
si radunavano a casa nostra,
cantavano canti spirituali;
per sbocciare come gelsomini,
rinascere nelle piazze d’Europa o sotto il ponte di Mirabeau
perché i più bei fiori del mondo sono i non-ti-scordar-di-me.

4

Mi sei sfiorito tra le mani come l’ala di una farfalla:
aligero amore, mendicante agli angoli delle strade
quando l’autunno non ha più colori
e il melograno avvizzisce al freddo che sopravviene.

Qui non ci è dato di vedere altri orizzonti.
Deserta è la mulattiera
come la storia che ci umilia ad ogni ora.

Fantasmi passano sotto i ponti.
Sostano nella casa dove tu appresti la loro cena
la notte di novembre e di Natale.

5

Siamo venuti in questa casa
a leggere il Deuteronomio,
tra cielo e terra
arcobaleni,
frutti di cactus e melograni;
tutto quello che è marcito
é rimasto nella casa.

Betty ama i fiori,
cura i quadri di Van Dyck,
guarda l’orizzonte
se mai verrà acqua dalle nuvole sul monte.
se ne sta sola, senza tarocchi e santi
col suo piccolo paniere di sogni e di virtù.

Qualcuno dovrà pure dirle
che è cambiata la stagione,
che è l’ora della vendemmia
nel giardino vicino casa;
come tulipani nel tempo ci pieghiamo
a raccogliere i grappoli dai cespi,
svuotare gli armadi di palissandro,
togliere dal soppalco il mantello di Dio
quando suona il grande Benny
nel colmo della notte,
nel colmo, Betty!

6

Abbiamo sopportato l’infido inverno,
pregato Charlie di non fare brochure
per il club privé,
inutile insistere col new dada;
sono cambiati i colori del mondo,
farfalle e rondoni non hanno più patria,
Raus, svegliati da questo sonno di morte,
il signor Park ha danneggiato le aiuole,
ha messo controvento le tende sui balconi,
rivoltato la terra nei vasi;
non crescono più le foglie di arnica.

Mon coeur, non c’è compleanno
che non mortifichi il passato,
il canto di Marinella dura ancora
nelle canzoni di maggio
e Natalie ha voluto casa e figli,
l’album di nozze a colori,
siamo diventati vecchi, Raus
se anche la mente dimentica
la danza delle piogge
quando l’estate fa di questa città
una terra di spenti candelabri
e di gocce di cera essiccate.

Tu non lo sai, ma sotto il ponte di Stone Bridge
passano i morti come fossero skippers.

7

Bloody Monckey aveva già fatto 10 yards
quando tornò indietro attraversando ponti,
e green country, un’isola deserta
come potrebbe dirsi una città vuota
di chicanos e baiadere,
buttarsi nelle braccia
di un novembre piovoso,
dopo aver dipinto un cielo blu all’orizzonte,
fuori da nuvole e tornadi,
sorridendo ancora un poco
delle mani- di Josephine.

Zygel ha scritto che lascerà la campagna,
aspettando agosto e poi ottobre e dicembre
se ritorna la passione e s’apre a coda di rondine
un sogno di ragazzo ritmando Drum Boogie.

lo dice anche il vecchio venuto da Bisanzio
che a dispetto dei roditori
è un vero cercatore di quadrifogli
e di zenzero per la notte.

Il fatto è che non ci si può più fidare neppure dei ritorni,
dolce Deborah, troppo brutte sono le ombre o corvette
come le chiamano
chi si sveglia all’alba e diventa per un giorno
l’enigma di un canto inutile!

Io sto bene con Charlotte,
mi rende la vita come una cascata di fiori
nelle acque del venerdì santo
dove non sostano i vampiri;
allora sì che cominciamo davvero a divertirci,
affrontando l’azzurro.

Non a caso le famiglie Zigfrid e Larsey
ci hanno invitato alla festa del sole
domani, a Freiburg.

8

Sono riapparsi i convolvoli
nel giardino della signorina Gachet.

La novità è che non si vedono più
i filamenti di polvere
sulle LXVII poesie di Postkarten,
né le grigie opaline
sul tuo bonheur du jour.

Sono riapparsi i convolvoli, è vero
ma per coprire le crepe sui muri
della casa di Frantisek Olaf.

A tua immagine somigliamo
orchidea selvaggia,
e tutto il giallo, più giallo del mais,
e il chrysanthellum e il cardo mariano,

la luce del giorno e il buio della notte,
la città di cipressi e olmi,

le rose di Duisburg e la dolce dimora,
il salice bianco e il vischio a Natale:

tutto quello che amammo e perdemmo
con le lacere insonnie e le ariette oubliées
sono segnalibri del tempo
nel dominio di furti e di fiori,
come un respiro a metà, un nocciolo duro
tra gola e laringe!

9

Con garbo e tardiva promessa
ti libero dalla mente i pensieri allo sbando,
la fine di un inganno.

Oggi ti ha riportata a me
un gioco di salvezza che più non m’appartiene
per questa fede che mi lega
ad un’onda di cormorani abbandonati.

Alle sere che sopraggiungono
ti affido il Libro dei Proverbi.

Vivere stanca come i respiri
mai portati a fondo;
i piccioni fuori rotta,
nessun necrologio sul Berliner Zeitung,
un Bounthy la vita alla deriva:
solo un’ipoteca per domani,
qualche metafora nei versi,
se mai la leggeranno
il signor Seurel e Edgar da Melrose.

10

Il viaggio é low cost,
con bassa cabina e senza moli
in un giorno di sopportabile follia,
verso un altro cielo, un’altra terra,
come dice padre Mills
nella sua chiesetta di campagna,
affollata la domenica,
per il battesimo dell’acqua
e il kirye eleison dei morti a Jabalia
finché durerà la terra, seme e messe,
e giorno e notte non cesseranno;
i lieviti dell’anima mai maturati a pane,
poco chiari la via e l’indirizzo,
(immensamente vaghi),
forse occorreva una schiera di trapassati
a diradare la nebbia dei nostri porti,
oh mes amis che origliate
il fruscio delle comete,
dite ai vivi che restano in città
di pensare un poco a Carol e Jodie
e a Miss Ingrid di Dusseldorf
che non hanno mai amato il buio della notte
né la polvere dei millenni!
Il viaggio è low cost
con bassa cabina e senza moli.
Prima o poi sapranno
cos’è l’incantevole leggerezza della vita,
al largo dei carriaggi e di qualche piccola lumiére.

11

E’tardi, Daisy, quasi mezzanotte!
Non c’è più tempo per il breakfast,
cercare l’elisir di lunga vita,
uno stradivario per la fine
nella scorribanda d’aprile.

Ci minacciano le centurie, i codici del Louvre,
il tight nell’armadio stile liberty,
mentre esondano i fiumi sui morti già spogli.

L'anno scorso, a Portsmouth, Miss Winter
cercava, tra ruderi e radici,
come nella piana di Giza,
le nostre assenze già scritte.

Oh Moses, chi colse l’erba nei giardini d’Engaddì
non nutriva sospetti: aveva mani e cuore da hidalgo
come le figlie di Jerusalem!

A sentire Kaminskj parlare di tavole scisse,
é non vedere la primavera
tra rappresaglie di vento e di gelo.

E sono queste le sere che ci danno più pena,
oh Daisy dai colori dell’alba svaniti,
tu, eclissi di luna: mio sepolcro di neve!

12

E ora che dalle terre di pianura ai boschi autunnali
nessuno più si aspetta miracoli dall’aloe,
che sarà del fumo delle carbonaie
nei giorni che s’intrecciano
come gambi di bouquet?

Doveva essere una sera di repertori
più che di totale cecità.

Tosh tirò dritto per la sua strada
dimenticando il passato,
profumo di talco e d’elicriso,
prima di riordinare sangue e ossa,
fiumi d’anni e d’erbaspada,
tenere a bada il flusso dell’anima
risalito in un bookshop di periferia,
mentre cercavamo
Le passage de commerce Saint Andre di Balthus
e la neve cancellava la città e il suo limite,
i morti per acqua e solitudine.

Fu allora che ci avviammo fuori pista,
dopo il disegno dello sciamano,
antico, quanto il mondo,
dove il silenzio è ouverture sui marmi
quando tornano i passeggeri di novembre
a ravvivare mammole, sorrisi sbiaditi:
il double face della vita,
rassegnata a se stessa.

13

Coprilo di terra il passo mai fatto. Sognalo,
di rimpianto in rimpianto, il lampo che non verrà.

Un freddo balcanico si è fermato
alle porte di Minsk, così che l’inverno
è stato davvero amico delle foglie.

A sentire Wilson non c’è alba
che sia più oscura della sera,
né attimo che duri più di un ricordo.

Cadono a pioggia i giorni del Capricorno.
Si nutrono di terra gli umidi inganni.
Ma ti pare, Wilson, che tutto questo
sia soave tempesta?

Dura l’ombra delle querce
sui nudi rami di gennaio
e sull’epigrafe – di Isabel e di Oliveira:
Que Seya Eterno! Meu Amor!-

Così si ricordano i morti,
il mistero della separazione,
l’infanzia e l’esilio spirituale.

A volte rinascono nell’ampolla dei nostri sogni.
Oltrepassano guadi e canyions.
Se ne stanno muti come Cecil
e i pallidi ghosts nell’oscurità dell’assenza,
dove fanno lumicino Fanny e Annabel,
e la Granduchessa di Swedenborg.

Ed è grazia sottile rivedere le erbe d’aprile
cingere il fiume salato dei vivi,
fino alla bottega di Wanderbitt e di Edwards,
ultimi writers e poeti,
troppo vecchi per parlare di Dio.

La Poesia nel Sud

La poesia nel Sud tra dimenticanze e annessioni


Non dubitiamo che l’opera letteraria, e più in specifico quella in versi, sia un mondo simbolico rivolto al gruppo sociale, secondo la definizione di Matthias Wlatz. Il fatto è che oggi la poesia non è più collettiva. Molti laboratori di scrittura non fanno più ricerca, né si propongono, come forza alternativa, alla dilagante koinè che racchiude un po’ tutte le correnti letterarie del Novecento. Il risultato è un avvilente vuoto operativo, dopo l’abbandono di linguaggi progettualmente utili per la nascita di un nuovo modello poetico, osteggiato dalle case editrici, le cui scelte si riflettono, negativamente, sulla poesia del Sud, per le omissioni e le dimenticanze, che hanno emarginato poeti d’indubbia rilevanza, lasciando aperte tutte le ipotesi di colpevolezza.
“Chi scrive poesie”, ha rilevato Adam Zagajewski, “si ritrova talvolta impegnato, in una difesa delle medesime”, a causa di continue delegittimazioni nel Novecento “che è stato il secolo ammalato di amnesie,” secondo un giudizio di Claudio Magris (in occasione della pubblicazione del volume di Barbara Spinelli — L’Europa dei totalitarismi, - Mondadori-), quando rileva che “la memoria è soprattutto giustizia resa alle vittime di violenza che la falsificazione ideologica cancella dalla coscienza o di cui deforma la verità”. In questo sistema di dimenticanze rientra anche la poesia del Sud, sulla quale pendono diversi capi d’accusa. Con molta probabilità, la nostra emarginazione nasce con il monopolio dei temi intorno alla civiltà contadina e all’immobilismo di un popolo vittima di clan e di malavitosi, nel momento in cui il Nord trovava la strada verso i poli industriali, e nella poesia le ragioni di una progettualità rimodellata sul finire degli anni Sessanta, dai poeti dell’area napoletana e campana, in particolare, da Giuseppe Bilotta, Salvatore Di Natale e Raffaele Perrotta, impegnati in un freework di mutazione verbale di ideologia scissionista, portata avanti anche dal gruppo redazionale della rivista Risvolti con Giorgio Moio, Carlo Bugli e Pasquale della Ragione, col loro linguaggio geometrico o del rischio -tra forme allitterative, visive e citazioniste-: una letteratura, in massima parte, correlata ai materiali verboiconici, arditamente traslativi e disgiuntivi, funzionali ad un extralinguismo intermaterico nella più ampia libertà postmodernista, la stessa di cui si avvale la ludopoesia di Mariano Baino, contagiata da una ipercreatività giocosa; non a caso il burattino di Collodi,- Pinocchio — che dà il titolo a un volume del 2000, si presta a una teatralizzazione della favola, regalando “a profusione: personaggi, situazioni, nuclei, suggestioni, ma tutto liberamente reinterpretato e rimontato in uno scenario poetico mobile e personalissimo, per poi liberarsi dell’incanto del gioco, e interagire con la realtà, immettendo figure retoriche, come l’ironia e la citazione nell’assemblaggio di forme tensive, determinate dal flusso polisemantico della scrittura e dei suoi allegati parodistici; o alla designificazione e all’agrammatismo di Tommaso Ottonieri, il più accanito sperimentatore della cellula linguistica in — Atropina remix — e in quel caleidoscopio letterario di diafore nel volume Dalle memorie di un piccolo ipertrofico e in — Coro da l’acqua per voce sola — , per cui si può senz’altro affermare che“tra le molte polarità di questo realismo informale sta dunque sospesa, in costante squilibrio, la scrittura di Ottonieri”(Massimiliano Manganelli): o alle proposte interlinguistiche di Carmine Lubrano, che mettono in crisi l’ordine naturale della parola, per fare della lingua un locus di aggregazione sulfurea e surreale, attraverso testi nei quali si accomunano tutti gli strumenti operativi, per una ipotesi di scrittura erratica, spostata in un’atmosfera linguistica, atomizzata dalle componenti poetiche e dai contrasti sintattici; o alle condensazioni ironico-metaforiche di Costanzo Ioni, assimilate da un proficuo tirocinio praticato con il Gruppo 93, per averne condiviso sia i presupposti teorici che la pratica letteraria; o ancora, all’impegno decostruttivo di Lello Voce, il quale viaggia su binari di mutevole percorrenza stilistica nella dismisura delle disuguaglianze sintattiche e delle paronimie in “uno strano mix di arcaico, e ultratecnologico, di sciamanico e insieme cibernetico, di pre-orale e post-linguistico”, (Massimiliano Manganelli), che danno anche a Biagio Cepollaro l’accesso a un significante, collocato tra il postmoderno e le vie traverse della letteratura“laudata”:un’operazione di ritraduzione e innovazione della parola che permette una lettura generalmente asimmetrica dei testi. Altri metodi meno utopici, ma più significativi, collocati tra il rinnovamento e la trasgressione, li troviamo negli anni Settanta-Novanta, in Franco Cavallo, con le sue frammentazioni, tra surrealismo e aggancio alle avanguardie storiche, teorizzate su Altri Termini e, ricondotte sul filo di una rappresentazione fonometricofigurativa che trova in Fètiche il senso di un’operazione liberatoria contro gli istituti-tabù della civiltà (Giuseppe Zagarrio); o in Ciro Vitiello, il quale non si estranea da formule verbali di protocollo avanguardista e di miscidanza novecentesca, per disperdersi nella mortificazione della realtà e del suo nihil, in una poesia che convoca una moltitudine di ricognizioni allucinanti, allegoricamente trasposte e correlate con il poeta stesso, tanto che corpo e anima si integrano e si perdono in un mondo larvale di una vita non vita, tra la dissezione del reale e la metafora del vuoto; o ancora, nelle composizioni verbo-visive e negli esicasmi di Stelio Maria Martini, cui vanno ricondotti gli esiti sperimentali di Schemi, con i suoi soggetti complementari e primari, interagenti in tante forme e tecniche compositive; oppure nel discorso ironico-satirico-drammaturgico di Alberto Mario Moriconi, che si distingue per il “plurilinguismo spregiudicato, quella particolare architettura di registri diversi (narrativo, drammatico, allegorico, parodico), che fanno dell’autore un singolare sperimentatore” (Giorgio Patrizi), o nelle anamnesi temporali, per indagare sugli aspetti della vita, sfocianti in un generale senso negativo dell’esistenza, in Carlo Felice Colucci, che metaforizza la morte in efficacissime rappresentazioni allegoriche, in “un pessimismo che appartiene alla stirpe di Eduard von Harmann che identificò l’universo con il male e ne rimpianse l’esistenza”, (Giancarlo Rugarli); o ancora nel linguaggio perlustrativo e psicoattivo intorno all’inferno quotidiano in Franco Capasso: un poeta-maudit, che meglio interpreta l’exilium e il senso dello smarrimento — qui e ora — , con percorsi mentali confluenti in un opus metricum fatto di iterazioni ossessive e di disperazione esistenziale, di fronte al tema del fuoco, simbolo psicanalitico e regressivo della memoria ferita dalla realtà; o nelle composizioni ipertematiche e di collage linguistico, tra mito e slogans pubblicitari in Ugo Piscopo, rilevabili soprattutto in Jetteratura: un vero e proprio condensato di genetica letteraria, riportato in superficie attraverso un discorso che rivisita luoghi e culture diverse messi sotto esame e criticamente relazionati, deviando il discorso con Haiku del loglio, in un universo poetico di delicata venatura vegetale, nella piena libertà delle forme comparative e dei registri dell’impressione; o ancora, nei doppi codici strutturali, tra sperimentalismo e forme novecentesche nell’illusione dell’Eros, come sopravvivenza al vivere quotidiano in Antonio Spagnuolo; o nei sussulti poetici di tramatura flegrea, con il recupero di personaggi mitici in G.B. Nazzaro: un poeta che traccia una scrittura poematica nel carteggio di episodi fantastici, proposti in Melusina, con la germinazione di figure riportate “in superficie da una parola convocata nell’attrito dei lessemi attigui fino a produrre un senso luministico e etico”(Ciro Vitiello), e a determinare nella sezione Mitologie, interna a Melusina, un rapporto plurale con gli altri, che in Roditore e cancro si fa isolato e conflittuale, di fronte alla necessità del dire, e al drammatico angosciante senso della morte della parola, oltre la quale non è più possibile fare poesia, o reinterpretare la vita “E in questo universo di codici infranti, il poeta pur cosciente della tragedia che lo sovrasta continua a rappresentare la sua — finzione — attraverso le immagini, ricorrenti del mito”. (Franco Cavallo), o ancora, nel surrealismo metaforico di Alessandro Carandente, integrato in un sistema di correlazioni verbali e di cadenze poliritmiche, e paronomasie, nell’impatto dei sensi e della memoria di cui Corpo in vista ne rappresenta il culmine biopsichico ed estetico, ma anche il viaggio umorale e umano nei dintorni del quotidiano e del passato, riportati in un review poetico, che — vezzeggia il protoritmo — per inseguire le richieste di una forma che non arriva, e che, tuttavia, tende a esprimersi nella serietà degli eventi, mai mimetici o debordanti dalla realtà, con pause giocose e allitterative, brulicanti di extravaganze, ecrivoci e screzi d’alfabeto in Bon Ton Bonsai Bonbon: un singolare regesto di procedimenti verbali, combinatori ed omofonici, che si susseguono nel vortice del suono e delle rime, per riposizionare, subito dopo, il pensiero, in altrettanti nuclei linguistici plurisensoriali, nella ritraduzione della parola e dei segni del mondo: ed è proprio qui che si agglutinano gli elementi più autonomi e personali di questo autore la cui poesia non può prescindere dalla negazione che si estrinseca nell’ironia (G.B.Nazzaro); o nei molteplici esiti operativi di Gerardo Pedicini, con i suoi libri-d’arte e libri-oggetto, impreziositi da calcografie, disegni, e incisioni varie, oggi introvabili. Ci troviamo di fronte a un altro caso d’nvisibilità, ma di certezza della poesia, quest’ultima calendarizzata in volumi e tempi diversi, in Dodici sonetti ancipiti per dodici capricci incisi, pubblicati nel 1986, in Canto e Controcanto del 1991, in Buthos del 1992, e in alcuni testi di datazione più recente, che fissano nel ricordo della guerra, momenti di forte tensione emotiva, rilevabili in Lilacs, A’rebours, Quattro tempi e Sipari, attraverso il recupero di figure familiari ricomposte da un linguaggio dai toni bassi, ma altamente melodiosi, modulati dagli scatti psicoemozionali provenienti da un repertorio letterario d’area neorealista; o ancora, nell’approdo ai porti sepolti della memoria in Irene Maria Malecore e Rina Li Vigni Galli, che istituiscono, entrambe, la religione del tempo e degli affetti dilacerati, nello sfondo di una natura ancora non violata dai danni della civiltà; oppure, nel puntismo cromatico e figurativo di Franco Riccio, con le sue rivisitazioni esistenziali e di recupero del rapporto umano, confluenti in un dire poetico, autenticamente novecentesco, che getta una luce d’incontaminato amore e di nostalgia sulla città: o nel teatro di poesia, esposto con abile giuntura degli endecasillabi, che costituiscono la chiave di lettura dei Frammenti di Aristide La Rocca, legati alle figure di Teodora e di Zenobia e agli splendidi testi presenti ne I soli, “che rappresentano un giudizio severo sopra le istituzioni e i fenomeni del mondo in cui viviamo” (Giorgio Bàrberi Squarotti); o nella captazione di lessici pluriespressivi di Alfonso Malinconico, il quale mette in circolo nuovi codici aggregati a una vigile narrazione dei dati storici e contemporanei, contribuendo non poco ad ampliare il campo dei generi letterari in un metricismo geometrico e visivo, riportato in Sul rame dei sogni: un volume che si dispiega nella moltiplicazione di “pulsioni personali, intellettuali, emotive, ideologiche” (Giorgio Patrizi); o ancora, nelle sequenze negative del vivere quotidiano in Giovanni Ruggiero, sempre più infiltrato nell’effimero delle cose e delle annotazioni della memoria, che costituiscono un album della propria condizione esistenziale; citando, necessariamente, le voci che hanno ereditato una continuità estetica riproposta, senza eccessivi sbilanciamenti da Raffaele Piazza con i suoi testi en plair air, ricondotti al binomio —natura-amore, come un unico universo interattivo, produttore di flussi emozionali, regolati da un epidermico lirismo intertestuale; o da Eugenio Lucrezi, con un proprio codice strutturale e psicolinguistico, che chiameremo on the road, per quel particolare vagabondaggio del cuore e della mente; o da Domenico Cipriano, che con Free Jazz,- una sezione del volume Il continente perso-, riesce ad armonizzare sound e parola poetica; o ancora da Giuseppe Vetromile, introverso e conflittuale nel suo rapporto con l’effimero e l’assoluto all’interno di una poesia riflessiva e anacoretica, vivificata dagli impulsi della coscienza e da una linea sinceramente fideistica, particolarmente significativa in Cantico del possibile approdo; o da Enrico Fagnano, che non elude l’ironia e la casualità delle occasioni poetiche, nelle quali si vengono a inserire elementi multipli e comparativi, correlati a imprevedibili scatti impressionistici, sarcastici e dissacranti; o da Vittorio De Asmundis, riconoscibile per le sue tematiche social-esistenziali, che sono gli unici format di una poesia, che si misura con gli ingranaggi della fabbrica e dell’alienazione quotidiana; o ancora, da Raffaele Urraro, fedele a un discorso poetico, chiaro ed estetizzante, non immune da intrusioni grafico-sperimentali; o da Pasquale Martiniello, il quale si aggancia a pluritematiche storico-contemporanee, dove non manca l’inserimento ideologico, nella piena concretezza dell’obiezione e dello spunto polemico e ironico rilevabili nel volume I ragni, proseguendo con Giovanni Ariola, il quale percorre varie esperienze letterarie, non esclusa quella sperimentale di Discronie, per riagganciarsi con Sinoli ad una poesia che nasce per sillabe, per parole, per musica, da cui partono e si definiscono le fusioni psicosoggettive come —controdiscorso- al fluire caotico e ininterrotto del tempo e degli eventi, per finire con Michelangelo Salerno: un poeta appartato, che vive la sua solitudine urbana, tra memoria e delusione del presente, cercando approdi salvifici nella ricerca etico-morale. Svincolato da un certo grado di fragilità sentimentale sembra essere il discorso di Maria Papa Ruggiero e di Carmina Esposito, nomi che prendiamo a riferimento e che meglio esprimono i tracciati psicologici della poesia al femminile, collocata in un habitat linguistico fatto di proiezioni psicofigurative ed esistenziali. Apparentemente ricostruttiva sembra essere la proposta di Felice Piemontese, come formulazione di una nuova ipotesi di poetica dopo la fine della Neoavanguardia, senza particolari rovesciamenti linguistici, se non nei termini di una creatività riflettente il datum verbale retroattivo, nella coesistenza di pluriaccorgimenti semantici e di calcolo estetico. Altro, invece, è il rischio a cui si espone, con grande disinvoltura, Gabriele Frasca con le sue terzine e quinari, che costituiscono l’oggettistica letteraria, secondo le ragioni di una poesia che si dilata oltre i normali campi di applicazione. E’ come se il poeta lavorasse per tempi epocali e registri diversi. Il tecnicismo non annulla la cantilena autobiografica e psicologica. Questo modo di procedere toglie ogni possibilità alla lingua di giungere verso approdi emotivi, non che questi debbano essere indispensabili, ma, qualche volta, sono necessari del concetto stesso di poesia.
Un poeta che sembra orientarsi verso aree semantiche miste, senza proporre importanti innovazioni, tali da modificare il significante nella sua struttura generale, è Michele Sovente che in Carbones inserisce un linguaggio triadico, con la commistione del latino, del dialetto e dell’italiano, legando le occasioni poetiche ad un humus flegreo, che in vario modo asseconda i giri dell’anima, tra frustrazione dell’urbanesimo e carbonizzazione del tempo.
Per Wanda Marasco i gironi della vita sono esposti con un linguaggio rivolto ai fatti accaduti, in cui il senso del tempo non si separa dalla storia, semmai lo brutalizza in un confronto con un indivisibile -tu- protetto da una parola fasciata di ricordi e adeguata alle circostanze del reale, con scambi di notizie, paure insostenibili, portate in superficie dalle crepe della mente e del subconscio, come in Metacarne, che si collega a tante microstorie tra prosa e poesia, portate avanti da una coscienza frustrata e infelice.
Non c’è dubbio che proprio da Napoli sia nata la — resistenza — alla koinè poetica, con nomi accolti nell’Almanacco dello Specchio, in varie Storie della Letteratura Italiana, e su Altri Termini, mentre le altre regioni del Sud si attestavano su posizioni letterarie neonaturalistiche, con rarissimi episodi di proposte alternative, come engagement alle forme avanzate del metalinguaggio e della poesia tecnologica e postlineare, presenti in alcuni centri urbani, come fenomeno teorico-formale, sbilanciato nella trasgressione e nella tentazione riformatrice del significante.
L’innovazione non fa parte, se non in pochi casi, del metabolismo linguistico di molti poeti dell’Abruzzo e del Molise, della Puglia, della Basilicata, della Sicilia e della Sardegna, rispetto alla Campania, che ha fornito più delle altre regioni, le coordinate di una poesia in progress.
In questa direzione cercheremo di formulare una campionatura che ha solo valore informativo, provando a indicare un’anagrafe di nomi, senza formare una gerarchia di raggruppamenti e di valori, fornendo un elenco provvisorio e marginale, che non include i poeti emergenti, anche se qui interessano, più di ogni altra cosa, le risposte socioculturali e linguistiche date da ciascun poeta per svincolarsi da una letteratura logora e abusata, segnalando per l’Abruzzo i nomi di Antonio Allegrini, Daniele Cavicchia, Rita Ciprelli, Igino Creati, Rolando D’Alonzo, Ubaldo Giacomucci, Dante Marianacci, Francesco Paolo Memmo, Renato Minore, Massimo Pamio, Giuseppe Rosato, Benito Sablone; per il Molise: Gennaro Morra, Giose Rimanelli, Angelo Ferrante, Mario M. Gabriele, Filippo Poleggi, Giuseppe Pittà, Giocondo Colangelo, Pier Paolo Giannubilo; per la Puglia: Lino Angiuli, Raffaele Antini, Carlo Alberto Augeri, Raffaele Nigro, Paolo Polvani, Michele Rotunno, Daniele Giancane e Matteo Bonsante; per la Calabria: Giusi Verbaro Cipollina, Isabella Scalfaro, Domenico Cara (da anni trapiantato a Milano) e V.S. Gaudio; per la Basilicata: Raffaella Spera, Rosa Maria Fusco, Antonio Lotierzo; per la Sicilia: Alfio Fiorentino, Emilio Isgrò, Lucio Zinna, Ignazio Apollonio, Helle Busacca, Andrea Genovese, Stefano Lanuzza, Govanni Occhipinti, Giovanni Giuga, Emanuele Schembari, Sebastiano Saglimbeni. Quanto alla Sardegna, essa non offre elementi innovativi, per la resistenza di una linea poetico-conservatrice, che si riflette nelle opere degli scrittori attraverso il legame biopsicologico con la propria terra, anche se non mancano intelligenze sacrificate alla emarginazione. Utili, ci sembrano anche le campionature di alcuni poeti transatlantici, quelli che pur essendo meridionali non si sono distaccati dal paese d’origine, vivendo all’estero, spesso presenti in Italia, con opere in linea con le tendenze attuali sempre più variegate e plurietniche. E’ il caso di Luigi Fontanella e di Giose Rimanelli; un poeta, quest’ultimo, con una vasta produzione di romanzi, racconti, saggistica, critica e volumi in dialetto e in lingua, già noto negli anni 50 per il romanzo Tiro al piccione. Di Rimanelli, segnaliamo Sonetti per Joseph, un volume edito da Caramanica nel 1998, nel quale il dissidio e la nostalgia di due anime: quella molisana e quella metropolitana, si fondono sinergicamente, producendo effetti di risonanza interiore e di malinconica trasfigurazione del passato. Ma più in specifico, va segnalato il volume dal titolo Alien Cantica dove Anthony Burgess rileva la presenza di materiali “esilici” che costituiscono l’autentica meridionalità di questo scrittore. La poesia italiana agli inizi del Terzo Millennio ha davanti a sé l’affascinante compito di voltare pagina a tutti gli ismi del Novecento, ma anche di fondare una letteratura rivolta verso il futuro, in contrapposizione con lo strapotere del mercato letterario, che non può dichiarare guerra ad ogni ricerca poetica legata alle esigenze psicoculturali della società.
Gli ultimi trent’anni del secolo scorso, si sono caratterizzati da fusioni verbali, fuori da ogni centralità poetica, anche se non sono mancati tentativi di riprogettazione della parola da parte del Gruppo 93 e dei poeti della Terza ondata, o da sigle linguistiche costituite, più o meno, dai nipotini dell’ -immaginazione,- che in vario modo, hanno tentato di occupare gli spazi lasciati dalla postavanguardia, col risultato che ancora oggi si torna a parlare di crisi della poesia e della sua impossibile riscrittura, davanti alla “fine dei modelli”.
Si tratta, per il momento, di una situazione da stand-by, in quanto non si vedono né al Nord, né al Sud, intelligenze critiche e poetiche capaci di entrare in una nuova civiltà delle lettere, quanto basta per estinguere posizioni di comodo e di privilegio, e instaurare così nuovi modelli di estetica strutturale, attraverso il riscatto formale del significante e del significato, come unico discorso, secondo la tesi espressa da Ch. S. Peirce.

(Pubblicato sulla Rivista "Secondo Tempo", Libro ventiseiesimo - 2006)

La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea

Terza parte


I LUOGHI DELLA MEMORIA

La questione dell’assenza rimane il tema di fondo di molti documenti poetici tra l’elegiaco e il poemetto colloquiale sulla spinta di un umanesimo esistenzialistico e di un imperante illuminismo.
La testimonianza della vita passata è, se non l’unico, certamente il più importante tra i messaggi privati come dimensione del qui e ora , del dopo e oltre.
L’accesso a un mondo imperscrutabile è soltanto ipotetico, a volte di tipo messianico o medianico e le risposte non sempre riescono a dare significative aperture al quesito esistenziale, tanto è vero che le dichiarazioni del vissuto e il senso dello smarrimento convergono nell’unica direzione possibile : quella della “religiosità” della morte vista come evento eccezionale che viene a rimettere tutto in gioco e ad affermare il suo dominio sul mondo.
L’universo metalinguistico, psichico, teistico, filosofico e quant’altro esistente e circoscrivibile nella sfera dell’illuminismo contemporaneo si confrontano opponendosi l’uno all’altro dando alla fine alcune indicazioni che suggeriscono verità riconducibili a scienza e fede.
La consapevolezza del limite temporale di questa vita richiama tutta una vasta letteratura intorno al tema della morte dove la pietas assume un ruolo egemone e unifica dolore e sentimento, filtrando dal passato eventi e storie che restano alla fine gli unici aspetti peculiari di un momento inevitabile ed eccezional,e che richiama attorno a sé fatti e situazioni di calda commozione attraverso un parlare sommesso, trepido, fortemente emozionale.
In quest’ambito rientrano gli esiti poetici di Francesco De Palma che dà l’esatta misura di una dimensione temporale della vita dove la ferita del dolore si apre a squarci di calda rivisitazione e commento del passato come nei testi “19 Aprile 1972” e” Croce di Campagna”:


19 Aprile 1972

“Sono stanco “ dicevi. Una stanchezza
infinita, segnata dentro l’orbite
degli occhi, ancora vivi nel tuo volto
già distrutto dal male. “Sono stanco”.
“Sai, certe volte, alla finestra….” Al mio
trasalimento soggiungesti in fretta:
“Non tenere, resisto”. La tua mano
ormai tutt’ossa stringeva la mano
che cercava d’infondere al tuo sangue
di fratello minore condannato
il mio vigore anziano ancora valido.
Ma riuscivo soltanto ad intonare
al tuo strazio di carne questo strazio
d’anima torta fino alle radici.
Ora nel volto immobile — retratte
le labbra sopra i denti, il mento aguzzo —

la stanchezza infinita si fa pace.
Dinanzi a te scontate, ormai, pagate
fino all’ultimo spicciolo le vuote
speranze della terra e questa assurda
legge di vita che condanna al mondo
comprendo finalmente, dal profondo
dell’esistenza, il senso della morte.

Della tua morte. Tu, lontano ormai,
libero, e santo di dolore, provi
di me, rimasto indietro in quest’inferno,
pietà gentile, tenera.
E questa terra è ancora il mio calvario.


CROCE DI CAMPAGNA

Ecco, la croce è questa.
Piantata or è molti anni sul tratturo deserto
apre le braccia che l’inverno scrosta.
Quante nevi corrosero la pietra che la regge,
quanti uccelli beccarono al suo piede.

Tu, croce derelitta,
m’insegnasti una legge
che non muta, una fede
che non muore, confitta
nel vivo strazio del mio cuore

Passano i tempi e le bufere,
passò colui che ti piantò: fra breve
(quando non so: che importa?)
anche il mio cuore.

Il gelo di questa sera scrolla i rami scheletriti,
l’erba è fradicia di pioggia sulle fosse,
lontano dalle memorie, lontano dai vivi
i morti si disfano sotto le foglie rosse.

Anche Helle Busacca collocandosi su questa medesima lunghezza d’onda riesce a fissare con notevole intensità il senso della solitudine e dello smarrimento come momenti di “resoconto” esistenziale nel quale passato e presente si fondono, mirabilmente, dando la percezione di qualcosa che è stato e che ora non è più:

TV
(revival anni 40)
Come se n’è andata la nostra vita,
aldo, perduta, sprecata,
eppure sempre meravigliosa
anni “40, “40),
quando era giovane nostro padre
quando eravamo ragazzi noi,
e siamo già nell’ottantacinque,
io qui nel risucchio, tu chi sa dove.

Più sostenuto e sommessamente dialogico è il discorso poetico di Margherita Guidacci che realizza con la sua dialettica autobiografica un intenso canovaccio spirituale dove pessimismo e senso misterioso delle cose (già analizzati in una sua raccolta dal titolo “Il vuoto e le orme”), rimangono gli unici elementi di analisi e di giustificazione di una esperienza lirica al limite della delusione-angoscia.

COME SONO ARRENDEVOLI I MORTI

Come sono arrendevoli i morti.
Da un solo tenero gesto, perduto
nel deserto,
ci lasciano creare un amoroso giardino.

Docili indossano ogni veste
di cui li mascheri un’astuta memoria,
sorridono ubbidienti
inchinandosi lievi alle nostre illusioni,

accettano la parte che attribuiamo loro
per una reinvenzione del passato,
ed a tutto consentono e mai non si ribellano:
indescrivibile la loro calma!

O forse è solo una gran compassione
per noi e le nostre bugie dolorose.
Anche per loro nessun disamore
può reggere alla prova della morte.

A cogliere il vissuto come momento circoscritto al limite temporale di tutto il genere umano con riferimenti anche metafisici che travalicano l’inquietante aspetto della realtà, è la poesia di Ferruccio Mazzariol, che, con “ lievitazioni drammatiche sulla meditazione del destino ultimo dell’uomo, riesce a conservare il delizioso candore delle immagini che germinano come una moderna “laus creaturarum”

I
Su queste mappe,
segnate da acerrimi sentieri montanari,
correrà la morte
sino al paese trentino di Sagron-Mis.

Correrà, lampeggiando,
senza stuolo di consorelle.
Correrà da sola il palio.
Insieme la vedremo,
di quando in quando
portare alla bocca un pugno di lamponi blu,
e masticarli lentamente.

II

Le mappe sono magnifiche,
senza i nostri fortini a ostruire
la corsa.
Neanche una buca
inceppa la dirittura finale
della mulattiera.

I ponti ad arco sono scorrevoli.

La morte correrà
con occhi grossi di lanterna
l’ultimo tratto, spargendo
dal suo cesto mirtilli neri
e acqua benedetta.


ANGELO FERRANTE

Più di un medaglione esistenziale sono le ”raffigurazioni” sul caro estinto di Angelo Ferrante che, recuperando i frammenti della memoria, tratteggia nel suo “Album”, eventi, gestualità e colori di un interno domestico nel quale la storia si accentra sulla figura paterna esaltando valori e sentimenti difficilmente attaccabili dal tempo:

da: ”FRAMMENTO”

Questa pausa nella vecchia casa paterna il rubinetto
non funziona come al solito non credo che gli
possa
attribuire tutto l’umido che impregna le mura.
E non odo presenze di lui se non del suo odore
di tabacco quando mi guardava correre
nella strada gli si inumidivano gli occhi.

Da ”ALBUM”

I
i riflessi del sole nel bicchiere di vino
un incendio di pampani contro l’arco romano
le statue decapitate ancora un soffio nelle
labbra di pietra
tu incantato gli occhi rossi la voce accesa dai ricordi
il racconto al vecchio contadino erede di Tiberio e Druso
la mano tagliuzzata le dita gonfie e l’unghie nere di terra
nella pace del tardo pomeriggio d’ottobre
io ti ascolto ascolto la tua poesia le favole di un tempo
sorridendo in volo sui latrati dei cani giro sereno
il volto e gli occhi alle colonne

II
Il tuo volto di cera come unto di sudore freddo
l’infrenabile pianto agosto è afoso e un lampo
è stata la mia corsa quasi alla stessa ora
una sera d’autunno aspettavi il ritorno il mio
la tua coppola zuppa di pioggia ineludibile
ed io che non capivo

III
mai il senso preciso la misura esatta
del perché di tutto nel tuo sguardo
il gesto della tua mano da lontano
quando mi vedevi stroncato dalla pena
non abbozzavi un grido ti appoggiavi al bastone
disegnavi la bocca alle campane e la voce

IV
sulla finestra la facciata ridipinta per tuo
esclusivo volere tu aspetti affacciato alla finestra
il mio arrivo ti spinge a ritirarti vuoi prepararmi
un’accoglienza diversa così all’incontro
mi abbracci come se non mi vedessi da un secolo
e piangi come al solito

V
nel pomeriggio di luglio la piazza vibra solo dell’acqua
lo zampillo festoso nella vasca e un coagulo di odori
tra il fritto e la vaniglia
discutiamo di lui così diverso che non ci assomiglia
tra lui (convinciti) è il presente e noi il passato
diventato niente

VI
è luglio in una nuvola bionda traccio segmenti
segnalazioni significazioni tu da lontano mi vedi
cambi strada sai che solo questo esercizio mi rimane.


Non abbiamo più tempo per parlarci
io ho i miei impegni di lavoro sempre più pressanti
mai un’evasione, mai un momento di abbandono
nella nostra casa e nell’orto gonfio di ortiche
tu del resto da quel 4 di agosto
non ti sei fatto più vivo
dopo la curva appena dopo quella che tu vedevi
come un palco affacciato sul paese
mi giunge il brivido del viale senza ghiaia
l’ultimo che hai percorso e ogni volta mi manca
come un ritmo o un fiato e un coccio di questa
mia vita abbandonato.


Veri e propri epitaffi sono i versi di Vincenzo Rossi circoscritti in un rapporto dialettico e memoriale sul significato della vita e della morte, all’interno di una atmosfera che ci ricorda Spoon River coi suoi momenti di affettuosa rivisitazione del tempo passato e di “confessioni” al limite della saggezza e della pietà umana.

EPITAFFI

Arresta i tuoi passi e guarda
come la possente gioventù
alzava la mia densa chioma
come questo vasto petto
era diga contro la tristezza

V
Perché mi sgolai
con la bava al labbro
mostrando denti di mastino
e veloci occhi di brace
senza degnare di uno sguardo
questa gelida tomba
cuore pellegrino non passare

IX
Grato ti sono
se nel pallido sole di novembre
ti ha guidato il suono di lenta campana
fin dove io tuo fratello
che brillò in sguardi di fuoco
e feroce avidità sulle cose
sono consumato dal silenzio.

X
O vivo che passi
davanti a questa pietra
guarda le secche braccia
della mia croce
molto io non ti chiedo
uno sguardo
un attimo soltanto
del tuo tempo vivo

CARLO FELICE COLUCCI

Chi approfondisce il discorso sul tema dell’esistenza è certamente Carlo Felice Colucci che, dalla propria esperienza di medico-scrittore, trae le occasioni migliori per radiografare la realtà mettendone in evidenza i segni del male con una anamnesi del Caso e della Storia .attraverso una indagine spietata sul corpus dell’esistenza dove la visione della morte è mascherata o mitigata da soluzioni consolatorie e ingannevoli adottate come “placebo”.
Tutto questo Colucci lo drammatizza con intelligente ironia, in mezzo al “respiro aspro dei morti”, tra ascultazioni di “sistoli e diastoli” e cuori d’infartuati e anginosi, tra mille domande senza risposte: “ chi siamo, dove, perché / aprire gli occhi e chiuderli per sempre / dai nobili ai manovali ai bari / mai fu trovato il corpo, attento, / ma tutti eguali e segnati / la catena degli ossicini i denti / sense nonsense Nord Sud, / solo un ‘incredibile dose / di ricordi nelle pause buie / un filo di fede in extremis / dopo aver chiesto l’ora esatta /. O in odore di santità/ il Signore ha chiamato/ e suiblimando si crepa/ alleluia/.
Da qui lo sforzo nel cercare il movente oscuro dell’esistenza attraverso la lettura dei segni della vita le cui pagine sanno più di epitaffi generali che di speranza..
Questo ”check-up” poetico e scientifico trova nelle “bianche leucosi” una delle cause naturali della fine del “corpo” visto in tutta la sua imperfezione e fragilità , anche se il poeta stesso sa di non poter “rispondere a tutto”, accentuando in “Notturno Cittadino” quella sua dichiarata e allarmante resa di fronte all’assenza di “altri curabili indizi” e andare oltre il lapidario “siamo non siamo” di “Memoria e fuga” , in attesa del “ritorno degli ostaggi”, come disperato e inutile tentativo di riappropriarsi delle illusioni bruciate dalla vita nei” campi di sterminio”.
Le anamnesi sulla realtà diventano alla fine, veri e propri consuntivi di vita che si sfiammano davanti alle pasque di ceneri ravvivate di soffusa luce , con i “ lumini avanti ai cari estinti” , a imperitura memoria del proprio — pater- o — mite patriarca-

EPILOGO

E com’era buia
la tua demenza
pater
com’era lunga impenetrabile
da un buco di memoria
il mondo in un girello
pigra storia e ferma
a un lampione di sapienza
centenaria,
bella di notte
così finiva
la riffa dei longevi
irriducibili
così barando e l’agonia,
ma che potevamo darti
noi vuoti dentro ormai
a guardia d’un sepolcro
che poteva dire
il sangue marcio delle quarantene?
Bandiera gialla ai vaporetti
all’innocenza amuleto vago
d’una età sepolta
e per fiore la rosa dei venti,
le saghe le saghe, invocavano,
variamente crudeli
dalla strada,
musica in piazza
banditore d’ex.

SINFONIA IN BIANCO E CROCE ROSSA

Dal fondo d’un lettuccio d’ospedale
di qua dal bianco intatto
non venni a chiamar giusti,
a luoghi un po’ stranieri guardiamo
dall’unica finestra
a un verde di pinete la vita
ma non si tocca non s’annusa non si può
se giaci ed alla terra aggrappato
per effimera vena per flebo per os
per la pelle per colpa e nessuno,
è presto per sapere dice il dottore
e nulla da toccare oltre il corpo oltre
nessuna breve nuova per crisi per lisi
nessuno che ci sveli se e al dolore
midriatiche pupille se
fissare in viso il male il tuo il mio
un male più di passo che altro
oppure, orrore,
stanziale e un po’ crudele bianchiccio
ribelle ai domatori ai
dottori al grande caso
col forcipe col bisturi l’ago
nessuno poi che turbi dal fondale
i candidi laccati villaggi
e molto bianco intorno con croce
le rosse croci in vena in flebo
scialbate le pareti se duole
con l’ago il silenzio per os
in maschera in guanti la scienza
l’avara mia scienza tesoro
di là dal gran ponte
guerrieri in attesa le febbri ignote
ragazzo che andava per comete
più feste nel cielo al peccatore
che a quei novantanove giusti
così mondo straccione ti guardiamo
da bianche voglie sulle gote di guarire
di qua dalle pinete ospitaliere,
così nascemmo in pochi
orditi cromosomi
coi geni i loci il male i miti
dall’uno all’altro pub a marciapiedi
salotti bari o cresi
e chi già crede siano immuni i santi
guariti e vaccinati trapiantati tra
s’attende quel dottore e
nessuno può svelare prognosi amate
né il tempo immemorabile che manca
nessuno né fedeli al giuramento
la nemesi al bivio Asclepio
con vita la vita con male incurato
affiora l’Atlantide e attende
effimero agisce il rimedio
e taglia e ricuce il cerusico nostro
l’esangue rodeo dei sopravvissuti
profondi giacigli di occaso
qualcuno che chieda la buona morte
per sempre nell’utero mater per amnio
per flebo per vena per sempre
gli infetti no, vanno per legge isolati
per germi con maschera e guanti
monatti ed untori si nasce si muore
un caso assai raro da notti bianche
io qui vi presento e le fobie
il nome diventa numero al letto
salute uno stato precario
dal quale mai nulla di buono mi attendo
curabili casi i sentimenti
sui nostri lettucci laccati
con diagnosi prognosi e cura
la scialba memoria una cisti
accadde che mentre in Gerico entrava
in strada vi fosse un cieco a mendicare
ragazzo che a un niente arrossivi
le date più assurde della tua storia
in pillole e fiale
nessuno sa l’ora il te mpo che manca
aspettano al ponte guerrieri,
liocorni liocorni anch’essi infermi
frammenti di sogno ben custoditi
così inerme e bianca la corsia
annotta in silenzio e croce rossa.

INVECCHIANDO

Col rimpianto amaro degli orti
il pendolo tradito
a Natale papà viveva ancora
attento alla sua digitale in gocce,
caute scommesse di futuro a bocce
noi per fede s’intende, per esempio,
la pelle iridata del mondo
restarvi spettatori a lungo
di amati enigmi paradossi il no
e di tanto in tanto un capogiro
un incidente dentro le mura,
nato a residente a
le piccole attenzioni dovute
ma in resto ci danno caramelle
i misteri della materia
e il telefono sempre guasto
meglio proteine che grassi e non fumo,
la maturità è tutto e crepò
saggiamente votato all’entropia
con soli tre denti e mezzo lato,
così rompo occhiali da presbite
e ci offrono medaglie,
in guerra sono i padri invece
a seppellire i figli e sia,
persone o vecchi personaggi a scelta
e chi a memoria recita giornali
violenza da sovraffollamento
neonato con organi al contrario
chi si converte in zucchero filato,
cercasi un’antica follia:
il giardino dovrà esser venduto
il caro estinto riconosciuto
ma davvero tornare presto
nel gran letto a giocare
e chiuso per ferie il Karma
l’ora esatta
o il codice cavalleresco
di quando ammazzo l’animale
e invecchio,
in attesa del giudizio universale.

IL MIO PAESE

Quando finisce qualcuno
portano da mangiare i vicini,
pesce secco e farina,
e il vento pigro di zagare
sembra dondolare solo
quella campana di Matteo.
I ragazzi, li mandano nudi
sulla spiaggia, a prendere meduse.
E duecento metri ancora
mentre tolgono santi e luminarie.
Quante medicine per guarire,
al mio paese anche la morte
viene scalza sotto il sole
e monda fichi d’india per le vie.

CIRCOSTANZA

Bisogna accompagnarli
questi votati a sparire
fino al momento estremo
aiutarli a passare in borghese
di là dal ponte fra due Nulla
e senza parere
senza mai complici ammiccare
come dire gli astri e la sorte
cader di cose quaggiù
di amare gocce per il cuore
nel bicchiere,
dita a intrecciarsi per niente
affusolare un tremulo segnarsi
in tanta buia luce al crocevia
tanto passar d’orbe comete
un andare e venire folle
e tutto all’infinito
eri tu il mio sosia tu
quel tornare imberbe
dove fischiava il merlo
qualche sorriso incerto e
semmai finale di partita a due,
pater,
ma a che misteri
nel morire tuo lieve
mi iniziavi
un pensiero alto aquilone brado
sui prati del Re,
sfiammano le secche parole
sempre più marginali scritture
ed io non so dove fermarmi
viaggiatore ignaro
a mutar lingua
e circostanza

AMATE GRONDAIE

“Le masse”, dicevano, le orbe folle
delle piazze, ogni pietra una festa,
all’ombra del Caso o della Storia
sciogliere enigmi proletari
e mai un senso, nemmeno d’adozione,
mai una vita fuori posto
manca un secolo esatto al grande corteo
avviso ai naviganti ai santi e poi
a quel tale sconosciuto calvo e tondo
morto d’infarto per la strada
riflusso nel privato finalmente,
noi siamo la patria siamo Dio noi
con quei radi falò sparsi nel vento
e sempre un confine da rispettare
la porta e il gas da chiudere bene
sempre dei bastimenti in partenza,
c’erano lampioni in ferro battuto
sul molo dove ci fingemmo
donne sole di pescatori
la scarna mano d’addio alle parole,
col lessico fatto a pezzi
la sfasciata sintassi dei padri
come avremmo potuto saputo
mimare l’antica pena del mondo
sfogliare la nuda margherita ormai?
Dire non dire e niente personaggi
tanto senso di colpa ci attanaglia
il gelo dell’umile armatura
nessuna trama da spacciare
né droga né sorte né altro né né
il gufo appollaiato sull’infanzia,
“spiacente, l’Atlantide non c’è”,
qui solo pochi ora possono udire
in silenzio il tamburo della pioggia
sulle amate grondaie,
preghiamo,
per il ritorno degli ostaggi

IN VIAGGIO

Uno con due valigie grandissime
e mai sapremo chi, e cosa portasse
e il soldato che arriva trafelato
assieme a cifrati ordini matti
io sto solo, invece, e non ho donne
o le serene monachine estive
dal gelato innocente sotto i voti,
chissà come sarà dopo tanto,
né somiglio all’uomo dei lustrini
ma dentro, un vecchio lessico infedele
un bastardo buono da odiare
con cura e nostalgia ragazzi
nati vissuti nel terrore,
chissà uno come farà dopo tanto
un diario di sistoli e diastoli
se manca perfino la memoria,
non è dove si nasce la terra
partenze departs qui e là
quasi” rosa la rosa ” fra i banchi
tutti fuori corso e scende l’ernia
scende la notte senpre con ansiolin
i lumini avanti ai cari estinti,
secoli che non abbiamo più verbi
da coniugarci la vita
la vita eterna amen,
farsi le provviste e sparire
con morale d’occasione
o la Storia nuda e cruda ecco
nel segno dell’acquario è il tuo,
impietriti inorganici “ passengers
are kindly requested “io sono tu sei
e lui uno che annunzia ritardi,
all’imbarco numero due eccetera
se con la fine o col principio
se in fila indiana per sempre
non più d’una razza per volta
se con parole o col silenzio
mite stagione di amnesie
oppure per zigote s’intende ed io
e un secco timbro sul passaporto
cambiando alla prima casamatta,
chi da grande, fortunato e tutto,
impari a contare le belle
statuine del ritorno
le remote bolle di sapone.


NOTTURNO CITTADINO

Coi giornali freschi di stampa
e tu le gambe lunghe della sera
la popart sui marciapiedi e uno guarda
uno, due se non hanno altro da fare
mormorando strane frasi di niente
come il cinese sfiora l’Occidente
passando in lontani torpedoni,
le facce chiuse in cieli finti
salgono, salgono dal profondo Sud
se non ti va di emigrare sta’ qui
dove non vagano più tra né voglie
sui corpi delle ragazze incinte
una banale emicrania a passeggio,
uno pelato sembra mi somigli
ma non io, non avevamo sosia
io son quell’altro fermo ai quadrivi
miliardi e miliardi di cellule, sai,
facendo amicizia con la notte in giù
fino a vuotarne bene il contenuto
a contarne le insegne sgargianti
e impacchettano statue e monumenti
comprese le mura di cinta e di noia,
alle calcagna d’ansimanti sogni
ancora la ronda dei soldati in tre
o quei brevi marinai allegramente
le navi scritte in oro sulla fronte
né vi sono altri curabili indizi
girotondi magri di drogati e di
bigi topi corrono ebbri, corri
il sangue sprizza dal pronto soccorso
e docile imbocca i tombini, laggiù,
prima ch’io ne riconosca il gruppo
la notte impudica già si denuda,
in ghingheri, fontane del tempo,
con la violenza ci fanno bottoni
quest’ultimo è sdentato e grida forte
mentre io giungo trafelato al portone,
le stesse ombre di ferro e di silenzio
qualche folle tornato dalla guerra
e più o meno il respiro aspro dei morti


GIOSE RIMANELLI

Ad una ampia campionatura di immagini-sensazioni e resoconti autobiografici, dove la sopravvivenza psicoemotiva di profondi soliloqui si alterna con i luoghi della memoria domestica e storica, tra visi, gesti, luoghi geografici diversi, come diverse ma non disgiunte da tutto il corpus poetico sono le due figure rappresentate dalla vita e dalla morte, che tra l’altro appaiono dominanti nella raccolta dal titolo: “Sonetti per Joseph” Caramanica Editore, 1998, s’affida Giose Rimanelli, tutto portato sul versante di un umanesimo illimitato e assoluto nella esaltante dichiarazione di un perduto bene che permane anche quando le rapine della morte mettono a soqquadro cuore e ragione e fanno della generosa illusione dell’esistere un delirio-rovello esplicato attraverso un lessico lirico assai singolare nella operazione di collegamento dei sentimenti , sia se si tratti di discorso neutrale che partecipe dei fatti e degli eventi. “Sonetti per Joseph” lancia messaggi psicoemotivi e linguistici che vanno al cuore della dialettica esistenziale, in una atmosfera familiare fatta di cronache e di racconti, di confessioni e delusioni , che si riannodano in un unico bozzolo dal quale fuoriescono filamenti memoriali, come disperato bisogno di ricucitura del tessuto quotidiano attraverso un’ampia galleria di personaggi, come la figura della madre, del Reverendo Mich ed i suoi cantori, di doppi se stesso del poeta, che riaffiorano come isole nel grande mare delle dispersioni con una febbrile volontà di esistere, anche dentro il “male di vivere”, non importa se poi tutto questo si riduce a uno smarrimento dell’io e a uno stupore delle cose passate e presenti.

RITORNO
LIII
Mia madre muore a Windsor, nell’Ontario,
in una casa abbandonata all’ombra.
L’abbraccio, la vezzeggio, non s’adombra:
lei sa d’esser sola nel suo santuario.

Qui a suo modo ognuno fa il solitario,
come a intrattenersi con la penombra
che a poco a poco invade i vetri, e sgombra
d’ogni residuo d’olio il lucernario.

Nella mia terra abbarbicata ai muri,
mia madre visse un riluttante esilio.
Ora qui siamo, nella sua: duri

da rompere col rimpianto, l’ausilio
dell’incognita, la testa agli scuri….
La Gloria? Passa sotto il peristilio.

Windsor, Ontario
Domenica 5 novembre 1995

MIA MADRE
XLVI
Joseph, non è morta , anche se lo penso.
Ha perso quasi tutte le sue piume
e il gesto, la parola. Già l’incenso
tinge la sua stanza di là del fiume.

Alla sua vita non c’è alcun compenso,
eccetto un pensiero: ci è stata lume,
porta aperta sul mondo in quel suo denso
ipotecare la speranza. Schiume

d’ignoto pianto battono le sponde
d’America, fino alla patria Italia,
e sfumano. Nessuno mai risponde.

Vanno e vengono, aggobbiti d’alia,
figli e nipoti e parlan di Laonde
la mamma/nonna, stelo della dalia.

Pompano Beach, Florida Martedì, 31 ottobre 1995

SALVE REGINA

XLIX
Aspetto la mia morte con lo sguardo
di mio padre, a cui sempre più somiglio:
chiaro, con tutta una sua grazia; il cardo
che pungeva è perso, tra grano e miglio.

Aspetto la mia morte, col ritardo
mitico dei treni, nel ripostiglio
della mia gloria; odorerà di nardo
e farro, vuota quanto uno sbadiglio.

La morte è rito solo per chi resta:
per me c’è il canto del Salve Regina
nella Valletta dove ognuno appresta

una tela sospirosa , in sordina;
e dove incontrerò te pure, in testa,
Joseph, a una brigata d’albaspina.

Pompano Beach, Florida
Giovedì, 2 novembre 1995


LA ROSA
XXXIII
Per i tuoi settanta, sapienza e amore
te ne danno appieno….venti di meno;
e, Dio voglia, ce ne saranno almeno
cent’anni ancora a salutare altre ore

di lieto conversare, di sereno
scrivere nel reciproco pallore;
è questa la vita, è questo il suo odore?
La barca cerca altra sponda, il seno

sempiterno che ci ripaghi a fondo
d’ogni umano dolore — quella spola,
Joseph, che tesse o inceppa il girotondo.
La rosa odora una giornata sola,
(come la nostra vita in questo mondo,)
e Amore canta, ride e se ne vola.

Election Day Pompano Beach, Florida Martedì, 6 novembre 1994

SIS
XVII
Mangiavano peperoni salati
sotto il fusto d’una palma, in un fosso
di fango e rettili, semi affogati
nei loro tatuaggi; e nient’altro addosso.

Uno d’essi si rosicchiava un osso,
ed un altro i capelli insanguinati
d’un terzo che piangeva, “Ummm, yes, ti posso…”
e mormorava un blues di stralunati.

“Yes mama, mama look at Sis, lei è fuori
on the levee, facendo il doppio salto
col Reverendo Mich ed i suoi cantori”.

“Rum in here, you little sow, lo smalto
sulle unghie is bad, girl, you know how? Se muori,
you little sow, mama too vola in alto.

Jacksonville, Florida
Sabato mattina, 17 settembre 1994

PREGHIERA

XXIII
La pioggia che ti sfruscia nel pineto,
e quella che t’affoga nei diluvi
è la stessa che monda e ti disseta,
è la stessa pioggia che carezza e urla.

Sei come il passerotto che si burla
sul filo del giorno giunto a compieta,
e si stordisce al buio negli effluvi
di paludi che vegliano il canneto.

Joseph, aiuto! Sempre stessa storia
on Television, da mattina a sera:
soap opera, politica, violenza.

Questa porosa cosa, la mia scoria,
(permetti?) eleva ancora una preghiera:
che presto arrivi l’ultima partenza.

Jacksonville, Florida
Martedì, 11 ottobre 1994

VENTURA

XXV
Ognuno costruisce la sua casa
nel deserto, ed ara, scava e coltiva.
Poi — passa un giorno passa un anno — arriva
il vento e l’acqua o il fuoco e la travasa.

C’era sempre un fiore sulla cimasa
che ci donò guidogozzano: estiva,
con i colori di Domani, e viva…
come i bei sogni morti in quella casa.

Ora la gente passa e mi domanda:
“Di cosa ti lamenti, la paura?”
Tutta la vita è fatta di chi sbanda,

o arranca, cercando la via sicura.
Ma poi si affonda. Paura? La banda
suona al solito il blues e la ventura.

Jacksonville, Florida
Sabato, 15 ottobre 1994

CATULLIANA V

XLVIII
Godiamo in santa pace il nostro amore
perché la vita è luce che si spegne.
Lo dico a Bimba con aperto ardore
siccome a lei non vanno le consegne,

le morali delle favole, le ore
attorte e un tantino pregne alle insegne
delle scuole, o assorte nel luccicore,
Joseph, di tutte quelle cose degne.

Ho perso sempre tutto nella vita,
Joseph rispose , eccetto la mia croce.
Vi sono entrato come in una gita,

petto in fuori, melodica la voce.
Onestamente, me la son goduta:
godendo anche l’amaro della noce. (66)

Pompano Beach, Florida
Mercoledì, 1 novembre 1995

NICOLA IACOBACCI

Il risultato sorprendentemente più avanzato sul territorio delle immagini-percezioni, (quando l’occasione poetica non è dettata solamente dalla suggestione del paesaggio o dalle relazioni storico-familiari o affettivo-sentimentali), è quello della prefigurazione o rappresentazione del Nulla, come ci viene proposto da Nicola Iacobacci il quale affidandosi a un lessico scopertamente fruibile anche nei termini analogici, riesce a far proprio un messaggio poetico in sintonia con i brividi culturali del nostro Tempo, che sono poi quelli della percezione del trionfo dell’empirico e della crisi del trascendentale.
In quest’ambito il senso profondo del sentimento della morte, recepito come fatto ineludibile, assume nella valenza della denuncia un significato di forte impatto sociologico.
Da qui il recupero tradizionale del “consolo” o della partecipazione al dolore , che poi altro non è che un ulteriore richiamo antropologico all’antico culto dei morti magnificamente descritto ne: “Il cerchio si stringe”, un testo singolare, interamente trasferito sul piano delle impressioni e dei sentimenti: “Attorno al morto vegliano gli amici; / per ingannare il sonno bevono vino di melappia; / tra un sorso e l’altro la consolazione / d’essere vivi:/. Ma dove l’immagine del “viaggio” s’affaccia con più graffiante incisività, portandosi a un livello di prefigurazione del rito funebre , in particolare quello della vestizione, con tradizionali richiami a figure mitologiche è nell’ultimo testo che chiude il volume “La baia delle tortore”, sintesi di una sincera e appassionata rigerminazione dell’amore che va oltre i confini stessi segnati dalla scia della barca di Caronte :”Agghindami a festa. / Il vestito di seta, la camicia, celeste, / come i miei occhi pieni di luce. Sei tu la luce e i miei occhi che vedono oltre la barca / e il fiume di Caronte, l’angolo di cielo / dove aspetterò il cavallo alato che ti condurrà da me./
In quest’ultimo senso la poesia di Nicola Iacobacci toglie all’impietosa presenza del Nulla il suo potere di distruzione e di terrore “accettando anche, serenamente, la morte, come un momento necessario di quel fluire perenne” (Carlo Saggio)

CIV

L’ultimo rintocco spezzerà il volo della rondine
nel gelido cristallo d’alba equinoziale.

Non coprirmi di lacrime e di baci.
Gioia è l’amore, cuscino d’erba e viole,
non pietra nel calco d’un sosia glaciale.

Bianca la veste, fiori d’arancio, fulgida spada
sul velo che copriva il tuo rossore. E ti baciai.
Il miele grondava dai telai dell’arnia
quando la maschera e il fumo allontanano la pioggia
e le api sui poggi di campanule e ginestre
gonfie di polline e profumi.
La vita sembrava eterna. Ed è eterna
nel sorriso delle figlie che nuotano nel grembo
come in un lago d’acqua azzurra e quieta.

Restami accanto, conosci il mio tremore
e la paura di restare solo.
Il mondo schiaccia ogni saggezza, non il pensiero,
fragile specchio che ha la forza di respingere il sole.

Agghindami a festa.
Il vestito di seta, la camicia, celeste,
come i miei occhi pieni di luce.
Sei tu la luce e i miei occhi che vedono oltre la barca
e il fiume di Caronte, l’angolo di cielo
dove aspetterò il cavallo alato che ti condurrà da me.

Non scordare le mie scarpe di vernice, silenziose e comode
Le tue scarpe di raso .
Insieme, sulla scala di vetro dell’eternità.


IL CERCHIO SI STRINGE

Perché dovrei pensare come gli altri
e credere alle cose che durano nel tempo:
è la vita che non dura.

Attorno al morto vegliano gli amici;
per ingannare il sonno bevono vino di melappia;
tra un sorso e l’altro la consolazione
d’essere vivi. Ma il cerchio si stringe,
il filo spinato s’attorciglia intorno al cuore
duro come il cristallo del lago ghiacciato
che cede improvviso al sole che rinnova
la gioia di vivere.


GLI ORECCHINI DI CORALLO

Gli orecchini di corallo
m’incantano più della fonte di maga
nel giardino degli uccelli;

come due bacche rosse
tintinnano sfiorati dalle labbra,
parole dal suono di foglie secche
tritate nella mano e ventilate
senza che resti nulla di ciò che dico
perché non dico nulla di ciò che penso.

Un giorno forse sarò sepolto nella neve;
dalle mie parti fiocca a pelo di gatto
e la campagna diventa un manto
senza strade né foglie;
travi tarlate crollano sotto il bianco peso.

A te non piace il mosto cotto
sulla neve che crocchia nel bicchiere
perché la neve è una lastra
sul tuo cuore di fanciulla
inorridito dal pensiero della morte.

QUANDO MUORE LA REGINA

Quando muore la regina degli zingari
quattro cavalli neri portano la bara
sul manto di garofani steso sull’asfalto.
Anche gli zingari hanno la corona
sul palo della tenda al centro del campo
tra mucchi d’erba
e pietre affumicate dal freddo e dalla fame.

La libertà è la maschera che copre la vergogna.

Libero è chi lavora forgiando con le mani
il metallo per ferrare i cavalli
e correre sulle prode erbose dei pascoli,
non chi ruba il fieno del vicino o la gallina
come cagna randagia per nutrire la nidiata
dalla buca aperta nella rete.

E i figli piangono venendo al mondo,
la pelle scura e il sangue caldo
e la bocca aperta alla gonfia mammella.


IL SONNO E’ LA MORTE DEI VECCHI

L’ala del passero preso alla tagliola
è immobile sul muro rosso del bastione.

Odore di sorbe sui tetti
e di cotogne che il vento gonfia
sul dorso della costa
quando i tordi, a coppie,
scompaiono tra i rovi.

L’ombra sonnolenta si sdraia sotto il tiglio
e nelle viuzze dormono i ragni
accanto alla preda impigliata nella rete.

Il sonno è la morte dei vecchi
sui scanni di pietra addossati ai muri scalcinati
delle case rosse di gerani.

A MIA MADRE

In questa stanza bianca
la lingua è legata nella bocca
come il battaglio della campana
nei giorni di passione;
ancora un giro intorno all’asse:
l’eternità gorgoglia nell’acqua
accanto alla bombola d’ossigeno.

Dal vetro brunito della finestra
lampeggia la prima lucciola;
tante lucciole tra i fili della memoria
impigliati a tarda sera
nei cespugli fioriti della costa.

E’ il segno dell’età,
felice perché passata:
l’attimo non rivela la gioia
o il dolore che lo sostiene.

Tempo d’addio:
la sedia di paglia è già pietra
per l’allodola stanca di volare.

TORNEREMO INSIEME

Mio padre e mia madre
non hanno più voce
ma continuano a cantare
con le mani tra le spighe;
il tempo non tradisce mai
quelli che aspettano.

Torneremo insieme
nella luce che solleva gli oceani:
l’attesa della primavera
finalmente si coprirà di rondini.
Entreranno le rondini nella mia stanza
con un soffio d’aria nuova.
O è forse la pietà
che addolcisce il senso delle cose,
le ore di pioggia nei pagliai,
le notti pesanti come pietre,
il pensiero del domani.


MARIO M. GABRIELE

Con “Astuccio da Cherubino” il sondaggio esistenziale assume un ruolo prioritario che si dilata “lungo una esplorazione della morte piena di infinita pietà” .(Giorgio Bàrberi Squarotti). L’aspetto storico e domestico riservato alla figura del caro estinto, rievocato nel momento del distacco, permette un’avvolgente visione e rapporto tra l’Hic et nunc e l’oltre, spaziando nella parapsicologia “rinuncio all’assurdo, ai contatti / con le ombre, mentre gira a vuoto / il nastro del vecchio Grunding / per un tuo messaggio che non arriva /”, e nella metempsicosi “Io, in disparte, / lontano da quella archeologia / ti penso altrove: bruco, passero, girino./ ”fino a recuperare attraverso “il vetro che si incrina” l’improbabile segno proveniente dall’aldilà, come estremo tentativo di porre in una dislocazione atemporale l’immagine paterna passata ormai, definitivamente, nella penombra “se per te mi fingo / una nuova vita e mi calmo soltanto / sapendoti felice in altre ionosfere,/ fuori da questo luogo / che se mi volgo intorno / è una lunga città di morti, di segni, / di epitaffi strani./”
“Il vocabolario di Gabriele è estremamente semplice desunto com’è dalla quotidianità del vivere, ambiguamente usato per esprimere il “mondo dei morti”.
C’è da notare che la struttura del testo nel suo complesso si sviluppa, a partire dalle Epigrafi, in un discorsivo che ha come interlocutore il Tu. Chi non ricorda il “tu” di Montale? Chi non ha nella mente il dialogato di Eliot? Chi non ricorda lo Spoon River di Masters? Ma il “tu” di Gabriele è nello stesso tempo il poeta che si guarda allo specchio, è l’uomo dell’oltretomba che si evidenzia come anima, ossia come umanità.. (Gaetano Salveti: Introduzione alla poesia di Mario M. Gabriele su Nuova Letteratura 1985).
“Poesia sociale, dunque, che si veste di analogie e di simboli, che assume la solennità pensosa di una parabola evangelica o il tono sferzante di una indagine rivelatrice”. (Intervento critico di Lidia Ratti a "Il giro del Lazzaretto di Mario M. Gabriele su QG., anno XIV novembre-dicembre n. 149; dove “ l’esilio e l’eclissi scandiscono i ritmi di un esistere, segnato da morti e resurrezioni, da ciclici abbandoni e ritorni alla voluttà della parola, tra sogno e veglia. Il risultato allucinato, ma autentico è l’essere, al principio e alla fine, ombra di se stessi, immagine stemperata di una presenza, che evoca fantasmi di assenza”. (E' quanto si rileva nella Introduzione di Francesco D'Episcopo nel volume Moviola d'inverno di Mario M. Gabriele, Riposte, 2003).

EPIGRAFE N.1

Bisognava attendere,
essere composti nel dolore
trovare un angolo e rimanere soli
mentre c’era chi trafficava per le stanze,
chi raccattava la speranza caduta a pezzi
e l’abisso oscuro allontanava da me
ogni tu forma, i molteplici colori……
Anche così
La morte non ha reciso molto
se qui, nella tua casa,
ancora c’è chi ti ravviva di porta in porta,
riesumando oggetti, incespicando storie
per nulla desuete o lacrimose,
se m’ostino come sempre
ad attendere nel vetro che s’incrina
il tuo graffio dall’al di là.


EPIGRAFE N. 2

A volte
è come un rito d’altri tempi:
c’è chi accende il lucernario,
chi divaga sulle notizie della lapide
e gennaio fa prodigi contro un muro
di gerani e non ha senso abbellirti
come un piccolo giardino
se per te mi fingo
una nuova vita e mi calmo soltanto
sapendoti felice in altre ionosfere,
fuori da questo luogo
che, se mi volgo intorno,
è una lunga città di morti, di segni,
di epitaffi strani.

EPIGRAFE N.3

Non sempre la tua assenza
è un lunghissimo-black-out-.
Spesso riemergi dal buio
in piccole intermittenze, baluginii,
vicino al lumino sopra la consòlle.
-Non è che si ricavi molto con le preghiere-
dico agli altri
mentre sgranano la corona e attendo un tuo segnale
-tremolio o luccichio-,
brevi notizie dal tuo mondo.
A quest’ora,
-essenza o crisalide-
probabilmente già in un’altra dimensione,
dovrebbe soccorrerti un Dio di pace e non di guerra.

*
La tua fede si riduceva al minimo:
pochi idoli, feticci effimeri
di chi crede che la vita sia solo un caso.
La Pasqua ti abilitava,
ti scioglieva dal martirio
del Dio assente o presente.
E come avrei allora potuto non amarti
scioglierti dal dubbio totale?
-Si tratterà- dicevo,
-di un vuoto da colmare-.
E ne venivi fuori, titubante,
un poco in disagio per il lungo subbuglio
della ragione al profilo morbido dell’aurora.

*
Il tuo guscio di noce,
troppo angusto in un viaggio d’eccezione,
era un astuccio da cherubino
e tu un archetto incantatore
per cipressi e rododendri,
sempre più in fondo a un cunicolo di sogni
se mai ne avessi uno.
Ma è assurdo
pensarti altrove, chiudere per sempre
con gli anemoni e le cose
lungo un fiume di nebbie e di carrubi,
con un lupo trifauce a guardia dei tuoi occhi,
lasciati al buio, al silenzio che deturpa.

*
Come posso ritrovarti
tra mattoni e calcina,
qui tutto ben squadrato, livellato,
con questa frana all’improvviso
di terra e di radici?
E’ già molto
ricomporti nel ricordo,
mentre c’è chi tenta l’omelia
sul tuo bozzolo di neve.
Se qualcosa emerge
è subito un collage di fossili e lumachine.
Io, in disparte,
lontano da quella archeologia,
ti penso altrove: bruco, passero, girino.

Parlarti è impossibile
se in fumo o in sogno
sempre mi ritorni
per un monologo o per le tue pozioni.
Ma fu il colpo d’ala quando ti chiesi
perché mai ti trovassi nella necropoli.
Ora l’inferno è sapere
quando riapparirai,
come farai a battere alla porta
con quelle mani già ali di farfalla?

*
Sempre verrà l’autunno,
il rosso delle vigne
a terrazze sulle colline
fin che dura l’estate
sui boschi e i ramarri.
E’ un’erba verde
la voce che non torna
chiusa nell’orto antico
nel tempo dell’amore.
Legno nero e fumo.
Si riapre il dolore
come una finestra vuota.
Sempre se ne va l’autunno
in una tristezza
che nessuno più direbbe antica,
di ramo in ramo, di foglia in foglia,
come un furto vero
il nostro pianto greve.